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San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo; che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli; e tu, o Principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell'inferno satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime. AMEN. Clicca su S.Michele A .>>> e vai alla Cappella virtuale Reginamundi.info

giovedì 12 marzo 2015

"SE INVECE IO SCACCIO I DEMONI CON IL DITO DI DIO, È DUNQUE GIUNTO A VOI IL REGNO DI DIO".

I muti parlano il linguaggio dell'amore.

VANGELO DEL GIORNO

VANGELO DEL GIORNO 
"Ecco Io sono con voi, tutti i giorni fino alla fine del mondo"

 Giovedì della III^ settimana del Tempo di Quaresima

L'ANNUNCIO
IN QUEL TEMPO, GESÙ STAVA SCACCIANDO UN DEMONIO CHE ERA MUTO. USCITO IL DEMONIO, IL MUTO COMINCIÒ A PARLARE E LE FOLLE RIMASERO MERAVIGLIATE. MA ALCUNI DISSERO: “È IN NOME DI BEELZEBUL, CAPO DEI DEMONI, CHE EGLI SCACCIA I DEMONI”. ALTRI POI, PER METTERLO ALLA PROVA, GLI DOMANDAVANO UN SEGNO DAL CIELO.
EGLI, CONOSCENDO I LORO PENSIERI, DISSE: “OGNI REGNO DIVISO IN SE STESSO VA IN ROVINA E UNA CASA CADE SULL’ALTRA. ORA, SE ANCHE SATANA È DIVISO IN SE STESSO, COME POTRÀ STARE IN PIEDI IL SUO REGNO? VOI DITE CHE IO SCACCIO I DEMONI IN NOME DI BEELZEBUL. MA SE IO SCACCIO I DEMONI IN NOME DI BEELZEBUL, I VOSTRI DISCEPOLI IN NOME DI CHI LI SCACCIANO? PERCIÒ ESSI STESSI SARANNO I VOSTRI GIUDICI. SE INVECE IO SCACCIO I DEMONI CON IL DITO DI DIO, È DUNQUE GIUNTO A VOI IL REGNO DI DIO.
QUANDO UN UOMO FORTE, BENE ARMATO, FA LA GUARDIA AL SUO PALAZZO, TUTTI I SUOI BENI STANNO AL SICURO. MA SE ARRIVA UNO PIÙ FORTE DI LUI E LO VINCE, GLI STRAPPA VIA L’ARMATURA NELLA QUALE CONFIDAVA E NE DISTRIBUISCE IL BOTTINO.
CHI NON È CON ME, È CONTRO DI ME; E CHI NON RACCOGLIE CON ME, DISPERDE”.

 (Dal Vangelo secondo Luca 11, 14-23)

I muti parlano il linguaggio dell'amore
Spesso ci ritroviamo senza parole, inermi, presi tra i tentacoli dell'orgoglio, in silenzio. La porta del cuore sbarrata e ore e giorni rinchiusi nel proprio mondo; con gli "altri" è troppo complicato, ingiustizie, incomprensioni; meglio star soli, che è già molto sopportare se stessi. Orgoglio allo stato puro, il demonio muto, demonio di questa generazione, come forse mai. Il mutismo che caratterizza le relazioni delegate a chat senza volti e voci, ove nascondersi, acconciarsi, ingannare: rapporti muti, infecondi, ripiegati su stessi, schiavi della paura e delle concupiscenze che ne derivano. Rapporti muti come i rapporti prematrimoniali, passione da soddisfare nell'attenzione a non "combinare il guaio", pervertendo radicalmente la sessualità che è dono attraverso il quale partecipare all'opera creativa di Dio: rapporti muti come i rapporti tra coniugi chiusi alla vita, tsunami d'egoismo contro la natura disegnata dal dito di Dio, amore che crea, che dà vita, la moltiplica, la colma, la conduce a perfezione. Rapporti muti come i rapporti omosessuali, vagiti infantili alla ricerca di nutrimento affettivo, schiacciati sul proprio io da soddisfare nel latente egoismo ben mascherato nelle passioni e nei sentimenti da liberare. Rapporti muti come quelli tra genitori e figli che si nascondono in presunti conflitti generazionali per non lasciarsi sfidare gli uni dagli altri sul terreno della verità e della carità; rapporti muti che si travestono di falsa amicizia - le mamme amiche, i papà amici - per non affrontare con i figli il rischio del confronto, del rifiuto e della crescita attraverso l'obbedienza all'autorità. Rapporti mutiincapaci di attenzione e pazienza tra colleghi, vicini di casa, parenti, compagni di scuola, in un parossismo di giustizialismi e lagalismi che strozzano le parole della misericordia. Rapporti muti che reclamano "orgogliosamente" diritti dimenticando i doveri, che, se concessi, darebbero cittadinanza al suicidio. Un rapporto muto, infatti, è sempre un suicidio, lento, subdolo, inesorabile: esso attenta alla natura più profonda dell'uomo, che è creato per "parlare lingue nuove", per entrare in una relazione d'amore con chi gli è posto accanto, uscendo da se stesso per apprendere il linguaggio di chi è diverso e altro da me, perdendo così la propria vita per ritrovarla moltiplicata e compiuta. Invece, come affermava Mons. Giussani, "Questo è l’importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere sé stesso"E' così descritto il demonio muto, che svela la grave infermità di cui soffre questa società, e anche il nostro cuore: impuro è ciò che procura sofferenza e dolore; la ferita inferta dall'alterità diviene la porta all'infelicità. La ferita aperta sulla costola di Adamo per dare la vita ad Eva. L'altro sesso costituito moglie o marito, con le sue incognite, con il carico di precarietà e inafferrabilità che porta in dote, è lo spazio dischiuso al rispetto e al dono di sé. Ma, spesso, l'altro, è visto e vissuto come un tumore. Ti afferra la carne, si infila tra le cellule, occupa i tuoi spazi. Ti fa debole, inerme, piccolo. L'altro ti spinge all'amore gratuito, a spiccare il volo in un cielo di cui non conosci le proporzioni, a dimenticare te stesso e i tuoi schemi. E questo significa dolore, amore segnato da una ferita. Il demonio muto è l'artefice dell'inganno di una vita senza dolore, senza ferite, senza il difficile linguaggio che cerchi di comprendere, accogliere, amare davvero. Il demonio muto, che schiaccia e frustra una relazione nella ricerca di una somiglianza e di una vicinanza che annullino le differenze e i rischi, le difficoltà, i sacrifici e il dolore, cortocircuita, in questa generazione, con il folle anelito ad una vita sempre più lunga e senza malattie: gemelli generati figliati dall'unica menzogna che ha chiuso il Cielo, il destino eterno cui ogni uomo è chiamato. E allora ecco le parodie del paradiso, porzioni di piacere su misura, perché senza un destino di felicità dinanzi non si può vivere. Il Cielo trasformato in idolatria dell'ego, unica possibilità rimasta a chi ha cancellato il peccato, e con esso la ferita del male inferta dal principe di questo mondo. Il dolore, ogni dolore, cola da questa ferita primigenia, dall'invidia del demonio. Impegnarsi per cancellarne gli effetti senza ricercarne le origini è quanto di più irragionevole vi sia. Per questo, di fronte alla sconfitta di una cura o ad un embrione probabilmente malato, l'unica via di uscita è l'omicidio, in versione aborto o eutanasia, demoni muti, senza parole di fronte al dolore, alla sofferenza dell'innocente, all'amore che richiede il dono totale.Essi  si ammantano di luce, si travestono e si annidano nelle menti e nei cuori, nascosti nel cavallo di Troia dell'ideologia dominante, suadente e gravida di speranze per un domani senza dolore. Culto della natura e della terra, veganismo, idolatria del corpo in tutte le sue sfumature, campagne ideologiche e ipocrite sul benessere e sulla qualità della vita, sono parenti stretti dell'eutanasia, dell'analisi dell'amniocentesi che spalanca le porte alla selezione embrionale; e tutto è profondamente legato alla moda che riduce le donne a puro oggetto, coinvolgendo anche le bambine obbligate subdolamente a vestirsi come lolite per non perdere il treno del successo tra gli amichetti, alle droghe e all'alcool, alla mercificazione del sesso in ogni programma televisivo, su internet e sui giornali, alla perversa ideologia gender, sino all'orgoglio e idolatria delle relazioni gay da sancire con matrimoni e adozioni di bambini. 
Eppure proprio la ferita è il luogo del riscatto: "dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia" (Rom. 5,20). Quella ferita originale di cui tutti sperimentiamo il dolore, si è aperta un pomeriggio di duemila anni fa nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù, sospingendolo nell'abisso del male e della morte. Ma da quell'antro oscuro è risorto, mostrando finalmente quelle ferite trasfigurate e radianti di luce. In esse vi è ogni nostra ferita. Da quel giorno la Croce è divenuta la porta del Cielo, l'accesso misterioso alla felicità autentica, al parlare la lingua dell'amore sconosciuta a chi è stato preda del demonio muto. Cristo crocifisso e risorto è la Parola che scioglie le catene del "grande peccato", e libera la lingua e riconsegna il cuore alla verità e all'autenticità. Il sepolcro d'una vita ripiegata sulla propria solitudine è finalmente spalancato. E' questa l'opera di Dio che genera "meraviglia": solo l'amore crocifisso è amore vero e degno, dono fecondo e libero, amore puro che sgorga dalla misericordia sperimentata e ridonata, capace di raggiungere l'altro all'estremo opposto dell'orizzonte, senza chiedere e senza esigere. Accogliere e amare il marito o la moglie esattamente come essi sono, senza sperare nulla, donando all'altro la vita che zampilla dalla sorgente inesauribile dell'amore di Cristo risorto effuso nel proprio cuore. Accogliere una malattia, laddove non si abbiano i rimedi per curarla, facendone un luogo di offerta e di amore. Restare crocifissi con Cristo nei dolori che umiliano un corpo che vorrebbe correre e vivere in pienezza, come in una liturgia che abbraccia l'universo e che offre ogni lacrima per un destino più grande. Amare con le parole del sacrificio, rispettando il corpo e la vita di chi ancora non è carne della propria carne nel vincolo del matrimonio, rapporto fecondo che genera generosità e responsabilità che saranno sigillate nel sacramento nuziale; amare con le parole della tenerezza che sa aprirsi alla vita e alla fecondità che Dio ha pensato per ciascuno, sul talamo nuziale come sul letto della malattia. E figli, di carne e di fede, figli nati per la vita eterna. Si comprende allora l'invidia del demonio: è insopportabile per lui vedere uno schiavo liberato. Il "Più Forte è arrivato, lo ha vinto, gli ha strappato l'armatura" di menzogne che opprimevano tante esistenze bruciate nel mutismo più oscuro. "Il bottino" di Gesù, gli schiavi liberati, sono ora "distribuiti" nel mondo ad annunciare la Buona Notizia, la Parola capace di strappare la preda al demonio muto che governa il mondo; questi si ribella certo, si fa pensiero malvagio, cultura di morte, negli intellettuali come, spesso, in ciascuno di noi. E allora processi, calunnie, menzogne, quelle di duemila anni fa come quelle di oggi, nel tentativo di ricacciare tutti nel mutismo che soffoca la verità. E Lui, il Signore, l'umile, l'amore rivelato in agnello mansueto di fronte ai suoi tosatori, Lui considerato un demonio. E' la sua sorte, il mondo sa solo chiudere le gabbie, e sigillare le labbra in un mutismo di morte e solitudine. Ed è quello che sperimentiamo, che vediamo, che soffriamo, Perché "chi non è con Cristo è contro di Lui", non vi è spazio per trattative, dialoghi, tolleranza con il demonio! Esso è muto, non vuole parlare, non vuole uscire allo scoperto, si cela nei pensieri, illudendosi che Dio non possa scovarlo nell'abisso più profondo. "Chi non raccoglie" il suo amore disseminato nella storia lo "disperde" rendendo vana la Croce di Cristo, come si disperde il seme nei rapporti muti, tra fidanzati, omosessuali, coniugi, o, nel trionfo della solitudine della masturbazione. Possiamo disperdere l'amore, prostituirlo e pervertirlo per saziare il nostro uomo vecchio, in famiglia, tra amici, nella missione e nella stessa Chiesa credendo alla menzogna del demonio muto che disperde il seme della Parola creatrice, e lo secca tra rovi, sassi, sul ciglio della strada, nelle preoccupazioni e nelle idolatrie mondane, perché il Signore non raccolga con noi i frutti pensati nel piano amorevole del Padre. Ma Egli è "più forte", ci conosce e "ci conduce fuori", alla luce della libera e della verità, perché il suo amore crocifisso ha vinto il mondo. Il "dito di Dio" che ci ha creato ci raggiunge anche oggi, per "toccarci e sanarci", per schiudere le labbra del nostro cuore, la lingua del nostro corpo, le corde del nostro spirito, perché possiamo parlare le parole dell'amore, e raccogliere con Lui questa generazione dalla morte e condurla al Cielo.

APPROFONDIMENTIOpera ( Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento)Le “mani” di Dio. F. G. Claudio BottiniDalla Lettera di sant'Atanasio a Serapione. Cacciare i demoni con il dito di DioDalle Omelie di sant'Ambrogio sulla cacciata dei demoniCONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE ISTRUZIONE CIRCA LE PREGHIERE PER OTTENERE DA DIO LA GUARIGIONESant'Amedeo di Lausanne. Il dito di Dio

mercoledì 11 marzo 2015

Il demonio gioca sempre negli spazi stretti e apparentemente irrilevanti della quotidianità per farci perdere...

Chagall-Crucifixion

La vita compiuta

Nulla di noi è marginale. Tutto ci è donato per essere “compiuto”, riempito trabocchevolmente secondo il greco originale. Ogni istante è come uno yod (iota in ebraico), la più piccola lettera dellalfabeto ebraico, ma decisiva per definire il significato di molte parole simili, fondamentale per conferire il senso compiuto alle frasi, legando il passato al futuro. La nostra vita è una raccolta di yod disseminati sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio, una storia (il passato) che si fa presente come un grembo fecondo e gravido nell’attesa del compimento. Invece, per l’inganno dal demonio, gli yod ci appaiono come piccoli, fastidiosi e insignificanti ostacoli da evitare. E così, fiaccati dalla superbia con cui tralasciamo i particolari nei quali allenarci ad amare, nascosti nell’ipocrisia dei grandi ma effimeri slanci, ci spaventiamo e fuggiamo ogni volta che sbattiamo contro i muri issati da chi ci è accanto. Chi trascura il “precetto minimo” scivolando sulle innumerevoli occasioni di donarsi, si ritroverà con un “amore minimo”, impreparato per fare fronte ai “grandi” bisogni del prossimo. Colui che, nella pretesa satanica di farsi dio e decidere cosa sia importante, “insegna agli altri” a essere sciatti e superficiali, sarà “considerato minimo nel Regno dei Cieli”. In esso, infatti, è “grande” chi il mondo considera piccolo, ovvero il povero, il debole e il peccatore, il ladro e la prostituta. Questi, avendo conosciuto e accolto il “grande” amore che li ha perdonati, sono capaci di “insegnare agli altri” a non trascurare nessuna “minima” occasione per convertirsi. La superficialità si risolve sempre in un deterioramento della Verità, come quando un quadro è attaccato dal tempo: i colori si sbiadiscono, scompaiono le sfumature, anche i contrasti perdono vigore, e alla fine il dipinto è ormai diverso dall’originale. E tu, quale yod stai trascurando? Su quale dettaglio stai sorvolando? La vita è come un orologio, non puoi dimenticare di aver cura di ogni suo pezzo; basta che una minuscola coroncina si rompa, si usuri o si perda e l’orologio non funziona più. Hai per caso dimenticato di oliare qualche meccanismo e l’orologio sta dando i numeri, correndo il rischio di arrivare in ritardo all’appuntamento decisivo? Da quanto tempo non chiedi a tua figlia come va, se si sente emarginata per il suo corpo, se ha paura di mangiare? Stai tralasciando i particolari nel rapporto con la moglie senza accorgerti della complessità che questo suppone? Attento, ti stai preparando la crisi con le tue mani. 
 Il demonio gioca sempre negli spazi stretti e apparentemente irrilevanti della quotidianità per farci perdere, giorno dopo giorno, il “grande” amore nel quale e per il quale siamo stati creati. 
Per questo abbiamo bisogno di un abile “restauratore”, che riporti alla luce ogni particolare nascosto dall’incuria, così che il “quadro” della nostra vita torni allo splendore originale. Abbiamo bisogno di Gesù, che, “dando compimento” a tutti i precetti, “restauri” l’immagine originale dell’uomo creato da Dio. Innalzato sulla Croce ci attira tutti nel suo compiere lo Shemà, pienezza della Legge, “restaurando” così in noi la capacità di amare in ogni circostanza. Sulla Croce ha ricevuto l’aceto dei nostri peccati come l’ultimo yod necessario perché tutto sia compiuto; quindi ha reclinato il capo e, spirando, ci ha inondato del suo Spirito. Una volta liberati dai peccati ci ha riempiti trabocchevolmente della sua vita. Da quel momento, nella nostra storia non vi è più nulla da mettere tra parentesi, rifiutare e buttar via, perché in tutto, anche in una malattia incurabile, anche in un lavoro routinario, vibra l’amore “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo”. In questa Quaresima siamo chiamati a convertirci, a cambiare il modo di pensare e guardare la nostra vita, imparando a curare i dettagli riscattati dalla routine banale del peccato, senza smettere di fissarne l’insieme. Concretamente, ciò significa “compiere” la volontà di Dio che si rivela in ciascuno dei suoi “comandamenti”. Questi, infatti, declinano il suo amore in ogni dettaglio dell’esistenza, abbracciando in uno sguardo di misericordia ogni millimetro della nostra vita, lavare i piatti e presiedere un consiglio di amministrazione non fa differenza, perché sia vissuta con serietà e responsabilità. Per questo, “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto”: alla fine del mondo, della vita di ogni uomo, non resterà neanche un frammento, neppure il più piccolo, senza che l’amore di Dio lo abbia raggiunto per salvarlo e dargli il compimento pensato dalla sua volontà.
LEGGI IL COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO  
DI  Antonello Iapicca,presbitero italiano
missionario in Giappone, a Takamatsu.

venerdì 6 marzo 2015

Quaresimale...


Originally posted on Berlicche:


Quaresimale I



Il guaio di molti cristiani è che parlano dell’amore di Dio invece di farlo vedereil guaio di molti cristiani è che non vogliono giudicare ma sono giudicati.il guaio di molti cristiani è che non parlano chiaro per paura di allontanare, ma a nessuno interessa chi non parla chiaro.il guaio di molti cristiani è che scambiano la tolleranza per amore, che è come chiamare l’indifferenza interessamento.il guaio di molti cristiani è che seguono un piano pastorale, ma è un piano inclinatoil guaio di molti cristiani è che vorrebbero anche convertirsi, ma non sanno più a cosail guaio di molti cristiani è che sanno esattamente cosa pensa Dioil guaio di molti cristiani è che forse sanno cosa pensa Dio, ma non gliene importa nienteil guaio di molti cristiani è che vogliono avere i loro spaziil guaio di molti cristiani è che Dio è troppo grande per entrare nel loro spazioil guaio di molti cristiani è che sono ateiil guaio di molti cristiani è che sono talvolta come forse sei tu, come certo sono io.
Sangaku5

lunedì 23 febbraio 2015

Satana dà per avere. Il suo non è un dono gratuito, né disinteressato

sources: ÀNCORA EDITRICE

La tentazione nel deserto:

 essere come dèi


Satana dà per avere. Il suo non è un dono gratuito, né disinteressato
Last Days in the Desert - © Gilles Bruno Mingasso - IMD


















© Gilles Bruno Mingasso - IMD

Se la cenere purifica… quanto più il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza dalle opere morte (Eb 9,13-14). 
 Prima di presentarsi in pubblico per parlare ed agire, Gesù è sottoposto ad una prova o tentazione. Nel deserto egli ripete l’esperienza che fu già del suo popolo. I quaranta giorni di permanenza sono un chiaro richiamo al tempo dell’Esodo, allorché il popolo peregrinò per quarant’anni nel deserto, sottoposto a continue prove. Il numero quaranta è una cifra tonda che ritorna più volte nella Scrittura (diluvio, Mosè, Elia, Giona). Al di là del suo valore aritmetico, esso designa un periodo che è altresì un’opportunità. Nella sottile precisione della lingua greca, questo tempo, più che un kronos (successione di attimi tutti uguali), è un kairos (occasione preziosa, tempo di rivelazione e di grazia). Gesù anche in questo si allinea al suo popolo, ripetendo l’esperienza del deserto. Accanto all’analogia, c’è da registrare la sostanziale differenza tra le due esperienze, tragicamente negativa quella del popolo, trionfalmente positiva quella di Gesù. La parola tentazione evoca in noi l’immagine di fragilità, fallimento, cedimento, perché tale è, in tanti casi, la nostra esperienza. Davanti ad una sollecitazione negativa, la volontà non sempre reagisce secondo la luce dell’intelligenza e il dettato della coscienza. Così la tentazione diventa sinonimo di pigrizia mentale e di povertà interiore. Ognuno di noi ricorda anche casi in cui abbiamo reagito positivamente, incanalando istinti e passioni nell’alveo della ragionevolezza e del lecito. La tentazione è diventata un test positivo che ha favorito uno scatto di maturità e ci ha fatto salire un gradino sulla scala della crescita. Non è quindi del tutto vero che tentazione e fallimento si richiamino automaticamente. Vogliamo sostenere il valore positivo della tentazione, anzi, la necessità che sia presente nella nostra vita, perché può aiutarci a diventare sempre più uomini, sempre più cristiani. Ci fa da guida e da Maestro il Signore Gesù. Attraverso un racconto che può venire solo da Gesù (non diamo credito agli autori che parlano di «drammatizzazione» a opera dell’evangelista), possediamo un prezioso documento che rivela l’identità del Protagonista.
Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 11 e 15. * * *
Non metterai alla prova il Signore Dio tuo… A lui solo renderai culto (cf Mt 4,1-11). Le prove o tentazioni sono tre. Non è qui il caso di invocare il principio latino Omne trinum est perfectum (Tutto ciò che è trino è perfetto), quanto piuttosto di notare che sono toccati tre grandi ambiti nei quali l’uomo è sollecitato a sganciarsi da Dio e a costruire in proprio la sua esistenza. Nella sostanza la tentazione è unica: cercare se stessi e il proprio tornaconto indipendentemente da Dio o, peggio ancora, utilizzandolo in modo strumentale, come sarà nel caso delle citazioni bibliche di Satana. È la fotocopia della proto-tentazione, la madre di tutte le tentazioni, quella che abbaglia la prima coppia nel giardino di Eden con la lusinga: «Sarete come dèi» (Gn 3,5). È l’uomo che pensa di gareggiare con Dio e di sostituirsi a lui, vedendolo un rivale anziché un Padre buono. Gesù è sollecitato a percorrere l’itinerario di ogni uomo. La tentazione parte sempre dal positivo, ammantata di bene, sciorinando un luccichio invitante che la rende carica di fascino. Il tentatore dice quello che solo per soprannaturale conoscenza può sapere e che non appare all’esterno. 15 Lo dice in modo provocatorio e sottilmente dubitativo: «Fai vedere che sei veramente il Figlio di Dio compiendo un miracolo». La risposta giunge prontamente, adducendo la Parola divina. Il passo citato da Gesù, tratto da Dt 8,3, mostra che l’attenzione primaria deve essere riservata a Dio, a quello che lui dice e a quello che lui vuole. L’uomo non deve agire per semplice istintività o solo per rispondere a bisogni primari, come quello della fame. L’uomo vive sempre all’ombra di Dio, anche quando svolge azioni puramente naturali. Il richiamo di Gesù trova applicazione in tante persone che vivono sempre alla presenza di Dio, qualunque cosa facciano e dovunque si trovino. Con la seconda tentazione cambia lo scenario. All’aridità del deserto subentra lo splendore della città santa. A Gesù è richiesta nuovamente una documentazione della sua vera identità. Il tentatore, considerato che Gesù aveva risposto con una citazione biblica, fa uso pure lui di tale Parola, e rammenta un passo del Salmo 90 in cui Dio promette assistenza ai suoi eletti, inviando loro degli angeli in caso di bisogno. La risposta non si fa attendere. Sempre sulla linea delle citazioni bibliche, Gesù ricorda il testo di Dt 6,16 in cui si chiede di non mettere alla prova Dio. Il rapporto con lui si fonda sull’amore, sul sincero affidamento alla sua bontà, e non su prove che, se forse tranquillizzano l’intelligenza, sicuramente destabilizzano il rapporto. Nella terza tentazione il testo parla di «un monte altissimo» senza precisazioni geografiche. L’individuazione risponde al bisogno di concretezza, ma non 16 coglie il cuore del messaggio e rimane, tutto sommato, abbastanza superflua. Nell’ultimo tentativo, satana rivela tutto il suo antagonismo con Dio, di cui si proclama il rivale. Ora è gettata la maschera ed è chiaro che la sua richiesta mira a possedere il cuore dell’uomo. Satana dà per avere. Il suo non è un dono gratuito, né disinteressato; egli intende far da padrone nella vita delle persone. L’abnormità della richiesta è sottolineata dalla risposta di Gesù, con un imperioso: «Vattene, satana!». È ancora la parola di Dio, «A lui solo renderai culto» (Dt 6,13), ad essere citata, richiamando la professione di fede del pio ebreo che ha Dio come unico e incontrastato Signore. Gesù ribadisce non solo il primato di Dio, ma anche la sua unicità. Il versetto conclusivo celebra il trionfo di Gesù, l’allontanamento di satana e la presenza degli angeli; il loro servizio è un segno di riconoscimento della divinità di Gesù. Egli ha dimostrato di essere effettivamente il Figlio di Dio non con i segni portentosi che avrebbero colpito l’immaginazione e suscitato uno stupore momentaneo, ma con la totale obbedienza al Padre, dichiarandolo l’unica ragione della sua vita e il punto incondizionato di riferimento.
Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 16 ss.17 4
 * * *
Il nostro progresso si compie attraverso la tentazione (sant’Agostino).All’interno del mondo creato, solo l’uomo può essere tentato. Possiamo quindi dire che la tentazione gli va riconosciuta come privilegio: un privilegio ben poco invidiabile, se la tentazione porta ad un’opposizione a Dio, ad una costruzione in proprio dell’esistenza. Tale, purtroppo, è spesso la nostra esperienza umana, cosicché finiamo facilmente per sovrapporre tentazione e tradimento, tentazione e peccato. Il brano evangelico delle tentazioni di Gesù ha mostrato la faccia positiva della tentazione, quella che offre l’opportunità di dichiarare e manifestare il proprio amore, quella che diventa un atto di coraggio, di fiera proclamazione della scelta unica e incondizionata per Dio. La tentazione ha rivelato l’identità di Gesù, mostrandolo come l’Uomo Nuovo che inverte la tendenza della prima coppia, come l’Ebreo che inaugura il nuovo popolo di Dio, quello dei vittoriosi. Grazie a Gesù, il deserto torna ad essere il luogo dell’intimità tra Dio e il suo popolo, espressione di un amore incandescente, come suggerito dal profeta Osea: «La 18 attirerò a me [è la donna, “sedotta”, personificazione del popolo], la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). La tentazione è utile, anzi, necessaria. Essa è parte di quella lotta che l’uomo ingaggia ogni giorno con se stesso e con il mondo che lo circonda. Lo ricorda la Sapienza antica: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione» (Sir 2,1-2). Adamo non ha superato la prova. Il popolo di Dio, nel deserto, non ha fatto meglio. Con Gesù, il popolo, tutta l’umanità, ritorna sotto la signoria della parola di Dio. Non possiamo illuderci di sottrarci alla prova, ma dobbiamo sperare di riuscire vincitori. Lo saremo sicuramente se uniti con Cristo, come afferma sant’Agostino: «La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere… Cristo ci ha trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da satana… Se siamo tentati in Cristo, sarà proprio in Cristo che vinceremo».Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 19 ss.[Tratto da "40 passi verso la Pasqua", Editrice Ancora]

FONTE :  www.aleteia.org/it

Il fuoco dell'Inferno è freddo?

Come interpretare il fuoco come simbolo divino?



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Jeff Giles 
“L'Inferno” è ormai una parola un po' desueta, anche nel linguaggio religioso: abbiamo pensato di soffiar via la cenere che si era depositata su questo argomento incandescente (l'immagine del fuoco, come vedremo, è capitale) e di riproporne qualche aspetto.
L'inferno è stato un po' ostracizzato per ragioni diverse. C'è chi lo considera il reperto di un paleolitico spirituale ormai ammuffito e, al massimo, col filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), proclama che “l'inferno sono gli altri”, ossia il prossimo crudele o noioso. C'è invece chi afferma in modo perentorio, citando il poema edito postumo (1886) La fine di Satana di Victor Hugo (1802-1885), che “l'inferno sta tutto intero in questa parola: solitudine”, la quale è il campo da gioco di Satana. C'è pure la ben fondata convinzione del filosofo ottocentesco americano William James (1842-1910), secondo il quale “l'inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che noi creiamo a noi stessi in questo mondo”. Ed effettivamente, come con la grazia divina accolta e vissuta in noi già si sperimenta il paradiso della salvezza, così chi pecca e odia già è insediato in uno di quei gironi simbolici che mirabilmente Dante ha tratteggiato e popolato nei canti del suo Inferno. Dopo tutto, già san Giovanni metteva in bocca a Gesù queste parole: “Chi non crede è già stato condannato” (Gv 3,18). Che l'inferno, poi, sia vuoto lo si è ripetuto sbrigativamente sulla base di una riflessione ben più ponderata e articolata del famoso teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988): si dev'essere invece consapevoli che, se è vero che immensa è la misericordia di Dio, superiore non solo al nostro peccato, ma alla stessa sua giustizia – come già insegnava anche l'Antico Testamento (cf Es 20,5-9; 34,6-7) -, è altrettanto vero che esiste la libertà umana, presa sul serio da Dio che la rispetta fino alle sue estreme consegenze, anche quella del rifiuto radicale e totale del bene e dell'amore. Scriveva giustamente la romanziera tedesca Luise Rinser (1911-2002): “Ecco la mia idea precisa dell'inferno: uno se ne sta lì seduto, completamente abbandonato da Dio, e sente che ormai non può più amare, mai più, e che mai più incontrerà un uomo per tutta l'eternità”.
Ebbene, se stiamo alla Bibbia, sappiamo che è centrale un simbolo per rappresentare l'inferno: il fuoco. Anche l'immagine spaziale della Geenna, che in ebraico significava “valle dei figli di Hinnon”, attirava con sé l'idea di un incendio, perché era il luogo ove avveniva la combustione dei rifiuti di Gerusalemme e ove si consumavano culti pagani proibiti, nei quali si bruciavano persino figli, immolandoli per placare la divinità (sono le “alture di Tofet” a cui fa cenno Ger 7,30-33). La trasformazione della Geenna e del fuoco in un simbolo infernale è, però, un risultato tipicamente cristiano, legato alle parole di Gesù (il profeta Gioele, al massimo, ricorre a un luogo vicino alla Geenna, la valle di Giosafat, per collocarvi la sede del giudizio divino finale sulla storia: cf Gl 4,2.12-14).
Ecco solo un paio di esempi. “Se la tua mano [poi: il piede e l'occhio,ndr] ti è di scandalo, tagliala! E' meglio per te entrare monco nella vita che andare con tutte e due le mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile” (Mc 9,43-48). Nel giudizio finale agli empi è riservata questa minaccia di Cristo: “Andate via da me, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi seguaci” (Mt 25,41). L'immagine passerà anche in san Paolo, che destina a “essere bruciata” l'opera malvagia dell'apostolo, perché “la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sia l'opera di ciascuno” (1Cor 3,13-15). San Giacomo, nella sua lettera intravede nel peccato di lingua il bagliore delle fiamme infernali: “Anche la lingua è un fuoco! […] essa brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell'inferno” (Gc3,5-6). L'Apocalisse allargherà l'immagine trasformando gli inferi in uno “stagno di fuoco e zolfo”, ove sono relegati la Bestia satanica, i falsi profeti, la morte, gli inferi, i vili, gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i menzogneri (cf Ap 20,10.14; 21,8).
Ora il fuoco di per sé è nella Bibbia un simbolo divino, come la stessa scenografia delle teofanie attesta (si pensi al roveto ardente del Sinai). Cristo dichiara: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!” (Lc 12,49). In un detto suggestivo di Gesù conservato nei vangeli apocrifi, ma con buona attendibilità di autenticità storica (è quello che tecnicamente gli studiosi definiscono un ágraphon, ossia un “detto non scritto” nei vangeli canonici). Gesù proclama: “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”. Il fuoco è, inoltre, il simbolo dello Spirito Santo, come si ha nella scena ben nota della Pentecoste. Ora, è proprio il fuoco divino a rivestire anche un'altra funzione, rivelando un diverso volto di Dio che è, sì, il Salvatore, ma è al tempo stesso il Giudice, non indifferente alle esigenze della morale. Il fuoco è quindi l'amore di Dio, ma è altresì la sua giustizia.
E' ciò che già appariva al Sinai, ove Mosè, di fronte al peccato di Israele, affermava: “Il Signore tuo Dio è un fuoco divoratore” (Dt 4,24; 9,3). Ecco, allora, il vero significato del fuoco dell'inferno: è un modo espressivo e incisivo per mettere in scena il giudizio divino sul male. Il Signore non è il “buon Dio” di una certa morale accomodante; egli è il fuoco e, perciò, non può essere manipolato come a noi più piace, non è riconducibile alle nostre manovre e ai nostri diversivi. Egli è, certo, fuoco di amore e di passione profonda, egli riscalda i cuori e scioglie il gelo delle anime infelici. Ma è anche il fuoco che scotta chi tenta di afferrarlo o spegnerlo.
La Geenna con il suo ardente focolare è, quindi, il simbolo dell'agire giusto di un Dio libero e ben deciso a ingaggiare con il male la sua lotta vittoriosa. In questo senso aveva ragione lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos (1888-1948) quando, nel suo romanzoMonsieur Ouine (1946), non esitava a dichiarare: “Si parla sempre del fuoco dell'inferno, mentre l'inferno è freddo”, proprio perché è la mancanza del fuoco benefico dell'amore. Si riesce, così, a comprendere – come spesso si è spiegato – che l'inferno, anche se nella Bibbia e nella tradizione è stato collocato in un luogo, è piuttosto uno stato, una realtà in cui viene a trovarsi la persona peccatrice. Certo, come si è visto, l'Antico Testamento inizialmente vedeva l'oltretomba come un orizzonte indistinto (lo sheol) dove tutti piombavano dopo la morte. Il libro della Sapienza aveva cominciato a ridurlo a sede dei malvagi, facendone così una dimora infernale, mentre i giusti entravano nella comunione divina, nello zenit celeste, rispetto a quell'oscuro nadir di tenebra e di silenzio.
A questo punto possiamo comprendere quanto sia decisiva e necessaria la categoria di “inferno” - espressa attraverso il simbolismo igneo – come componente della vicenda umana nella sua libertà di scelta per il bene o per il male, e quanto lo sia anche per lo stesso concetto di Dio, Signore buono e giusto, pronto a tutelare la morale, a sanzionare il male e a premiare il bene...E proprio perché è sganciato dalla materialità spaziale, l'inferno penetra già ora, attraverso la morte, nella storia personale e universale, così come vi si insedia il paradiso.
Aveva allora ragione – anche se il suo linguaggio non era del tutto teologicamente calibrato e la sua finalità non era strettamente religiosa – Italo Calvino (1923-1985) quando, nel romanzo Le città invisibili (1972), scriveva: “L'inferno dei viventi è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo è facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”.

[Tratto da Gianfranco Ravasi, "Dove sei Signore?" (Edizioni San Paolo)]

 
 

lunedì 16 febbraio 2015

Horror vacui


Horror vacui

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E’ fuori di dubbio che, in Libia come in Danimarca, stiamo raccogliendo quanto abbiamo seminato.
Un tempo si diceva Horror vacui per indicare che, quando esiste un vuoto, c’è qualcosa che lo riempie. La natura aborrisce il vuoto. Ma talvolta ciò che lo riempie non è così piacevole.
Se non ci fosse il vuoto, non fosse stato creato il vuoto tutto sarebbe stato molto diverso. E’ difficile occupare quanto è già pieno.
E’ molto più semplice svuotare. Svuotare di ordine, svuotare di senso, svuotare di Dio.
Un tempo Dio riempiva tutto il cosmo con la Sua presenza, tramite le sue creature. Poi si è deciso che erano le creature ad importare, e non Dio. E un creatore è diventato inutile e imbarazzante, perché stava là a ricordare che una creatura non può tutto: ad esempio, non può farsi da sé.
Le cose imbarazzanti dapprima le si nasconde, perché non siano viste dagli ospiti; poi ci si libera di loro.
Dio occupava uno spazio bello grosso. Grande è il vuoto che si è fatto. I nichilisti dicono che è grande come l’universo stesso e si sa, sono i nichilisti che oggi dominano le nazioni.
Ma un nichilista non ha difese contro chi questo suo vuoto ipotetico, questo suo nulla mentale lo vuole occupare. Può solo continare a ridere ebete, rivendicando la superiorità del niente, sperando che l’ingombro che ha usurpato il suo nulla cessi di esistere.
Sciocco. Niente che esiste cessa di esistere. Né Dio, né ciò che ha preso il suo posto.
Così l’orrore del vuoto si è trasformato in un altro orrore. Dal Dio che ha dato la vita per ciò che è, a ciò che sceglie di non essere, a chi toglie la vita di ciò che è per riempirlo di altro. Qualcuno che non sarebbe mai entrato se non l’avessimo fatto entrare, se non gli avessimo creato spazio, non avessimo creato un vuoto.
Perché l’abbiamo già detto: quando c’è un vuoto qualcosa lo riempie. Noi siamo gli uomini vuoti, ci ricordava un poeta molti anni fa. E ciò che ora viene per noi ci riempie di orrore.
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