Noi, che crediamo pur non avendo visto, siamo grati a quel Dio che venne comunque da Tommaso, e gli fece toccare con mano.Poveretti invece quelli che, pur avendo visto, non crederanno.

« Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli. Uno è quello di non credere alla loro esistenza. L'altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I Diavoli sono contenti d'ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago. » (C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, pag. 3. NB: Berlicche [ber-lìc-che] o berloc s.m. pop. Diavolo. Di Malacoda si sa che è un diavolo inventato da Dante.
Noi, che crediamo pur non avendo visto, siamo grati a quel Dio che venne comunque da Tommaso, e gli fece toccare con mano.Poveretti invece quelli che, pur avendo visto, non crederanno.

Nessuna misericordia – II – Non dare da bere agli assetati
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Cari compari demoni, eccellentissime autorità infernali e anime mortali in collegamento con noi, grazie per essere intervenuti a questa seconda lettura del seminario sulle cosiddette opere di misericordia corporale.Mio zio l’arcidiavolo Berlicche si scusa per non essere potuto intervenire personalmente neanche questa volta, ma mi ha di nuovo inviato un messaggio con tutto quello che devo dirvi. E l’argomento di oggi, vediamo, è…II – Dar da bere agli assetatiAll’inizio a me pareva quasi uguale a quell’altra cosa, il cibo agli affamati. C’era proprio bisogno di distinguere?
Ma poi mio zio scrive: “E’ superficiale chi non vede differenza tra quest’opera e dare il cibo agli affamati”. Beccati anche voi, eh? State a sentire come continua.“Ho già spiegato la volta scorsa che gli esseri umani hanno necessità non solo dello spirito ma anche delle cose materiali per sopravvivere. In particolare, hanno bisogno di acqua. Cos’è quest’acqua di cui si parla? Un particolare tipo di materia, un’invenzione del Nemico. Quaggiù all’inferno non ne troverete. Chi frequenta gli umani sa di cosa sto parlando. Il loro mondo è pieno zeppo di questa roba sgradevole.Penso che la fantasia del Nemico-che-sta-lassù in questo caso sia stata proprio perversa. Passi per il cibo, passi per l’aria che brucia insieme al cibo per dare energia. Ma l’acqua? L’acqua non brucia. L’acqua non dà forza. E’ solo una sostanza usata dal Nemico per impastare gli umani. E’ inerte, eppure senza di lei i corpi dei mortali si disseccano e si separano dalle anime. C’è da domandarsi a quale scopo il Nemico l’abbia inclusa non solo tra gli ingredienti, ma anche tra le cose che devono essere continuamente fornite agli umani per farli sopravvivere.”Già, zio, perché? Non ci avevo mai pensato. Ma, come scrive zio Berlicche, non è una domanda oziosa. Quest’acqua di cui ho parlato il Nemico la fornisce a tutti in quantità immense. Non devono fabbricarsela, coltivarla, allevarla, cucinarla come il cibo: come vi dicevo, nel loro mondo si trova ovunque. Allora, vi chiederete, perché l’insistenza su questo “dare da bere”?
Sembra che il Nemico voglia che gli uomini capiscano che è un regalo che arriva di lassù, proprio perché non hanno fatto niente perché ci sia. Qualcosa che piove dal cielo, da dividere con chi ha difficoltà a procurarselo. Come se volesse togliere loro ogni possibile scusa. Come li allenasse a capire cosa vuol dire dare gratuitamente a chi chiede.Questo atteggiamento, capirete, è ben lontano da quanto il Nostro Padre che sta Quaggiù ci ha sempre insegnato. Cioè che tutto deve sempre essere a nostra disposizione, che ogni cosa ci deve essere fornita come è nostro diritto, ma non dobbiamo niente a nessuno. Proprio quello che dovrebbe fare una vera divinità: invece di affidarsi alla buona volontà delle sue creature, fornirle di tutto in cambio della cieca obbedienza. Invece di quell’abominio chiamato libertà, la sana rilassatezza del dominio assoluto. Invece della ricerca della verità, imporre loro ciò che devono pensare, e distruggerli se sgarrano.Come ci insegnano alla scuola di dannazione, quel cristallino egoismo è ciò che dobbiamo ricercare nella nostra missione di demoni. Non sappiamo che farcene di quelli che ci dicono cosa dovremmo fare. Ci è data la libertà, e noi l’usiamo per eliminare la verità. Quella verità che, come il Nemico dalla quale proviene, odiamo più di ogni altra cosa. Una volta negata lei, negare un bicchiere a chi ha sete non è di nessuno sforzo.Lo sforzo che invece deve fare chi ha pietà di qualcun altro. Attività innaturale, dico io. Persino i delegati del Nemico hanno bisogno continuamente di intervenire in proposito. Sono sempre lì a scrivere encicliche e bolle, proclamare che la misericordia ha una faccia eccetera eccetera. E noi dietro per evitare che gli umani capiscano quelle parole, sempre indaffarati a correre di qua e di là per distorcere e minimizzare. Che gran fatica!Lasciatemelo dire da tentatore: allontanare la carità è ancora più difficile per l’acqua che per il cibo. La roba da mangiare da dare via il mortale la può comprare e fregarsene, ma il bere coinvolge di più. Per togliere i rimorsi al futuro dannato lo si deve far concentrare non sull’atto in sé, non su cosa gli è chiesto di fare, ma sulla giustificazione che lui stesso si dà per non farlo.Una volta pensavo che bastasse impedirgli di compiere il gesto, ma mio zio Berlicche mi ha spiegato che è molto più interessante lavorare sulle scuse. “Impedisci loro di fare il giusto, e avrai un peccato; fagli giustificare il male, e avrai un dannato”, dice sempre.Per farli sentire a posto con la coscienza quando fanno qualcosa di sbagliato basta dirottare la loro attenzione su qualcosa di differente, suggerire che il loro interesse conta di più di quello del bisognoso. Certo, con il dare da bere è più complicato dargliela a bere, ma…C’è il “non spetta a me”, il “devo pensare prima alla mia famiglia”, il “sono troppo lontani” e pure “è per il suo bene”. La paura di sporcarsi o di attentati. La legge. A volta la scusa migliore è quella più semplice e idiota. Perché, come mi spiegava mio zio, gli umani in fondo vogliono fare il male. E’ nella loro natura. Si aggrapperanno ad ogni pagliuzza, pur di non affaticarsi a fare il giusto.L’acqua, l’ho detto, è vita. Negare dell’acqua ad uno è come negargli la vita. Pochi spettacoli affascinano e rendono felici noi demoni come il vedere qualcuno fatto morire di sete. E’ una delle sofferenze che preferisco perché, oltre a sentire il dolore del corpo che si disfa, il mortale prova l’abbandono da parte dei suoi simili. Mio zio dice che le anime di coloro che hanno fatto morire di sete qualcuno, che hanno proibito di dissetare il bisognoso, hanno un sapore particolare di crudeltà che è tra i più dolci da succhiare.
Perché anche noi abbiamo sete, una sete eterna ed inestinguibile. Aiutateci a mitigarla un poco: non date da bere agli assetati.Questi inviti a tutti gli aspiranti dannati a non praticare le opere di misericordia corporali possono essere lette in anticipo su la Croce
Ci affezioniamo alle persone, agli animali, alle cose. Perfino le macchine inanimate sembrano, con il tempo, acquistare una sorta di vita, di personalità.Ma tutte le cose finiscono. Viene il giorno che si sa essere l’ultimo. Non si torna indietro, quello che adesso è diventerà passato, poi ricordo, poi svanirà dalla memoria scolorandosi piano.E prende una sorta di malinconia, di tristezza, perché è parte dell’essere uomini la riluttanza a lasciare andare le cose. Vorremmo tenercele tutte strette, per sempre, anche se non è possibile.Se solo riflettessimo, sapremmo che ogni atto, ogni azione è la fine di qualcosa. E’ un atto irripetibile, unico, e non tornerà. Il suo attimo è speso per sempre. Ogni istante, ogni cosa finisce.Ma voltiamoci dall’altra a guardare. Ogni cosa, ogni istante, inizia.
Erano anni in cui ero un ragazzino e vivevo nella periferia di un paese, là dove l’asfalto diventava sterrato e in primavera l’aria trasuda odore di fiori e concime. Erano i tempi in cui si costruivano strade veloci.Una strada era, nel concetto di tutti, il metodo per andare da un luogo all’altro. Direttamente. In fretta. Prendevi l’automobile, e sfrecciavi verso la destinazione. Anche a cento all’ora. Si lavorava per togliere le curve, rendere l’asfalto liscio, perché i guidatori viaggiassero forte.Noi ragazzini si giocava per strada. Con le buche le auto andavano piano, e non erano poi molte. Non c’era pericolo.Ma le macchine iniziarono a correre più veloci, e in numero sempre maggiore. Giocare a pallone per la strada era diventato rischioso. Persino camminare, perché c’era chi sfrecciava a velocità folli. Poveri i gatti che prendevano la strada per l’estensione del giardino.Confesso che la prima volta che ho visto dei dissuasori non potevo credere ai miei occhi. Delle strutture fatte apposta per far rallentare? Mi sembrava un’eresia. A quale scopo studiare forme sempre più aerodinamiche, se non potevi andare più veloce di una bici? Si è lavorato per togliere i dossi, e adesso li si rimettono?Ma il tempo e l’esperienza possono rendere saggi. Puoi imparare a giudicare non solo sulla base del tuo impulso, della tua voglia di correre correre correre, del tuo desiderio di lasciarti alle spalle le vecchie vie. Cominci a capire che la lentezza qualche volta è tua amica, perché lascia il tempo di guardarti attorno e capire che stai facendo una cavolata. Ci sono certi atti che si pagano molto cari, dopo. Il tempo non torna indietro, ciò che si è rotto difficilmente si unisce ancora.Così noi siamo adulti nell’era in cui si rallentano le macchine e si accellerano i divorzi, perché non si è ancora capito quanto male possa fare la troppa velocità. Viviamo in un’era schizofrenica, che invita alla responsabilità e poi inneggia all’usa e getta, ma solo se riguarda le persone. Che protegge i ragazzi dai guidatori troppo veloci ma accellera chi vuole travolgere le loro vite. Pensate a cosa si oppone a stabile, a duraturo, a consapevole. A cosa sia l’opposto di pensarci bene, di concedere tempo.Oggi il divorzio è diventato veloce, domani forse sarà velocissimo, perché alcuni hanno fretta di arrivare. Dove, occorrerebbe chiedere: ma forse questo lo sappiamo tutti già.

Il diavolo c’è e lotta contro di noi. Spesso attraverso vie subdole o ammantate di fascino, a volte in modo violento e drammatico. Il male infatti «si rende particolarmente visibile e, perciò, identificabile nel ministero del sacerdote esorcista, quando, specialmente nel caso della possessione, il demonio, manifestandosi, mostra la propria deliberata ed intrattabile volontà di uccidere e possedere, di ingannare ed usurpare, di umiliare ed offendere», ha osservato il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, nel messaggio inviato agli oltre 150 partecipanti al X Corso internazionale sul ministero dell’esorcismo e la preghiera di liberazione organizzato dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in collaborazione con il Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris).Quella condotta da Satana è una battaglia senza esclusione di colpi con mezzi che, ha sottolineato Piacenza, sono gli stessi «che il mondo adopera da duemila anni contro la Santa Chiesa», come ad esempio «tacere di fronte alle esigenze della verità, della giustizia e della infinita misericordia di Dio», «rivendicare, in modo irresponsabile, diritti inesistenti», «attaccare, con la menzogna» nel tentativo «di indebolire l’annuncio luminoso della verità della creazione e della salvezza». «Il male non è un problema metafisico, ma una sfida all’intelligenza, alla sensibilità, alla capacità di costruire e di amare dell’uomo», ha evidenziato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Il male dunque «esiste e l’uomo ne ha una rovinosa complicità perché lo persegue come se fosse la strada verso il bene». E il demonio, «nella sua articolata presenza», ha aggiunto l’arcivescovo, interviene nella vita degli uomini e «attacca perché la fede diminuisca, scompaia». Ecco allora che, davanti al dilagante diffondersi del male, la Chiesa deve rispondere «esprimendo il potere di Cristo su di esso, cioè con la carità». Che significa «annunciare Cristo come unico salvatore dell’uomo», accogliere e mai emarginare. Specialmente «i fratelli posseduti». «La carità verso di loro, che portano nel volto i segni di questa nuova lebbra, si esprime nell’esorcismo», ha scandito Negri per il quale i sacerdoti che hanno il compito di praticarlo sono «un avamposto dell’amore di Dio per gli uomini di oggi». «Esorcismo e preghiera di liberazione rappresentano un atto della misericordia del Signore verso l’uomo», ha ribadito padre Pedro Barrajon, direttore dell’Istituto Sacerdos, che ha rilevato la felice coincidenza dell’apertura del Corso all’indomani dell’indizione del Giubileo straordinario sulla misericordia da parte di papa Francesco. L’appuntamento, giunto alla sua decima edizione, «vuole essere una risposta teorica e pratica all’invito del Pontefice alla vigilanza e allo stesso tempo alla fiducia che il bene vince sempre sul male», ha detto padre Jesus Villagrasa, magnifico rettore dell’ateneo. Con questo orizzonte, il Corso, che si concluderà sabato con una tavola rotonda con alcuni esorcisti, spazia dall’approfondimento della base teologica sull’azione di angeli e demoni, al rito e alla parte liturgica della pratica esorcistica, senza tralasciare il dialogo con la psicologia, la giurisprudenza e la medicina. Con un’attenzione particolare alle forme di religiosità alternativa quali l’esoterismo, l’occultismo, il vampirismo, l’ufologismo, la stregoneria che, ha messo in guardia Giuseppe Ferrari, segretario nazionale del Gris, «hanno un forte impatto sul mondo giovanile, sempre più attratto da imbonitori che vogliono solo dominare le coscienze anziché da Cristo».
da Avvenire
Qui adesso si parla dei demonî du-rante la passione di Cristo. Tanto per cominciare, diciamo subito che i dolori di Cristo ebbero inizio sin dal Suo concepimento nel grembo verginale di Ma-ria. No: non dal Giovedì Santo, ché quello fu piuttosto l’inizio dell’apogeo del marti- rio dei martìri. Come sappiamo addirittura leggendoli, nei Vangeli ci viene rivelato po- chissimo dell’azione dei demonî durante la Sua Passione. Ciò nonostante c’è un detta- glio meraviglioso con cui da sempre l’evan- gelista Giovanni mi trapana il cuore. Come niente fosse, proprio ad epilogo dei quattro Evangeli, c’è questo giovane apostolo – de- licatissimo eppure impavido, coraggioso, il più coraggioso – che termina il suo Vangelo con delle Parole chirurgicamente precise, ritte in fila infinita puntate granitiche ed impressionanti, una gran chiusa, un’ incan- descenza esplosiva di luce, un preludio a scivolo ascendente celeste, perché solleva i veli di quanto dal Verbo di Dio avremmo ancora e ancora nei secoli ricevuto, anche dopo la Sua Risurrezione. Giovanni rivela: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrive- re.” (Gv, 21, 25).>>> su LaCroce#quotidiano 02 / Aprile 2015